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25 agosto 2019

31-08-2012 11:08 Paolo Ravazzano
Non esiste l'insegnante come "modello unico"
Nel dibattito sulla formazione iniziale dei docenti è importante non sprecare l'occasione di riflettere bene su che cosa sia un insegnante e su che cosa contribuisca a fare di un uomo un buon insegnante.

La prima cosa da rilevare è che “l'insegnante” come modello unico non esiste, semplicemente perché non tutti imparano nello stesso modo. Non si tratta di gradi diversi di un'unica forma di sapere, ma di forme e modi diversi di imparare, messi in atto da soggetti diversi. Da questo punto di vista, preparare tutti gli insegnanti secondo un unico modello formativo renderà loro difficile accogliere questo semplice fatto e valorizzarlo all'interno del proprio lavoro.

La seconda cosa riguarda l'idea che esista un'unica forma di sapere, quello multi-pluri-inter-disciplinare, che viene progressivamente accennato (infanzia), semplificato (primaria), rispiegato in breve (medie), delineato in modo più formale (superiori) e finalmente svelato nella sua pienezza (università). Questa idea è ormai praticamente un "a priori", straordinariamente tenace, forse comodo, ma in realtà riduttivo e dannoso.

Tutto questo emerge con una certa chiarezza nei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale, seguiti da circa la metà degli allievi italiani, che ci ricordano come la scuola superiore non sia solo “liceo + università”. Facile parlare dei limiti di tanti di questi percorsi. Ma le eccellenze ci sono, eccome.

Tanti allievi, usciti dalla scuola media con il famoso “sufficiente” e fortemente demotivati verso la scuola in quanto tale, in questi percorsi incontrano qualcosa di diverso e, progressivamente, si rimettono ad imparare. Non ripartono perché incontrano una versione impoverita e abbreviata del Sapere Unico, ma perché incontrano qualcos'altro rispetto alla “scuola”. Vengono messi di fronte al lavoro, in istituti e centri che vivono di rapporti con il mondo del lavoro (stage, alternanza, tirocini, inserimenti, ecc.). Con insegnanti che hanno rapporti stabili con aziende e imprese. Non incontrano semplicemente la “messa in pratica” di alcuni saperi disciplinari, ma la realtà lavorativa nella sua irriducibilità. Qui i ragazzi si trasformano, dando il meglio di sé.

In questi percorsi l'insegnante-tipo è spesso un ibrido tra la cultura scolastica e la cultura del lavoro. Perché c'è un plus nel lavoro aziendale che un intero percorso accademico non potrà mai dare.

E se la vera scommessa fosse proprio lo stare di fronte a questa semplicissima osservazione fino a farne emergere un nuovo metodo didattico? Un metodo che parta prima dal lavoro (non solo per modo di dire) e poi ne segua passo passo, lealmente, tutte le esigenze, tutte le precondizioni e tutte le implicazioni? Un metodo didattico che inizi col “fare” lavorativo e poi, incontrando/scontrandosi con le mille scoperte, richieste e difficoltà che questo “fare” comporta, delinei un percorso di appredimento nuovo?


Per leggere il testo completo dell'articolo, pubblicato su IlSussidiario.net, premi qui.



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