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15 ottobre 2019

07-09-2012 17:09 Enrico Tanca
Quando troppa grammatica fa male
Oggi non sono più in molti a sapere il latino nel senso di “potere, esser in grado di”. Il meglio che circola di solito a livello di istruzione superiore è una faticosa competenza passiva, ottenuta “per un piccolo numero soltanto, dopo molto tempo e non senza mescolanza di errori”, ovviamente con l’indispensabile compagnia del dizionario e applicabile solo a segmenti testuali assai ridotti. Chiunque dedica la metà del tempo dedicato al latino ad un’altra lingua straniera, è senz’altro in grado di leggere un giornale o un romanzo in quella lingua. Qualcosa evidentemente non funziona.

E questo qualcosa è stata l’introduzione scriteriata, a tutti i livelli dell’insegnamento, della categorizzazione astratta di regole grammaticali, che progressivamente hanno bandito l’uso linguistico dalle scuole, fino a che sono morti più o meno tutti i maestri in grado di trasmettere l’uso vivo del latino.

Il primo grido di allarme fu nientemeno che di Pascoli, nella sua relazione del 1893 sollecitata dall’allora ministro per individuare “le cagioni principali dello scarso profitto del latino [sic!] nei ginnasi e nei Licei” e i possibili rimedi, della quale vale la pena riportare qualche citazione: “si legge poco, e poco genialmente, soffocando la sentenza dello scrittore sotto la grammatica, la metrica, la linguistica. I più volenterosi si annoiano [...] e ricorrono ai traduttori non ostinandosi più contro difficoltà che, spesso a torto, credono più forti della loro pazienza [...] Le materie di studio si moltiplicano, e l’arte classica e i grandi scrittori non hanno ancora mostrato al giovane stanco pur un lampo del loro divino sorriso. Anche nei Licei [...] la grammatica si stende come un’ombra sui fiori immortali del pensiero antico [...] Il giovane esce, come può, dal Liceo e getta i libri: Virgilio, Orazio, Livio, Tacito! dei quali ogni linea, si può dire, nascondeva un laccio grammaticale e costò uno sforzo e provocò uno sbadiglio”.

Il Pascoli, che pur sembra fare molte concessioni alla grammatica o comunque teme di non apparire “moderno”, riconosce tuttavia che senza una adeguata conoscenza linguistica di base, gli autori diventano pretesto per il mero esercizio analitico, grammaticale e traduttivo. Per questo, tra i rimedi suggerisce: “La grammatica dia la chiave dell’interpretazione, ma stia, quando non è necessaria, in disparte. L’insegnamento della grammatica sia tenuto ben diviso e distinto dalla lettura e dalla interpretazione dei classici”.

Al secondo quesito del ministro “Il metodo scientifico [sic!] nell’insegnamento della grammatica latina affretta o ritarda l’apprendimento della lingua?” – Pascoli risponde: “Sono pubblicate [...] grammatiche latine ove i fenomeni fonetici e morfologici sono sistematicamente insegnati e illustrati col lume degli odierni studi glottologici [...] possiamo dichiarare che il metodo che vi regna con le sue minuzie [...] e continui richiami alla meditazione e al raziocinio, non affretta davvero l’apprendimento della lingua”.

Nella relazione della Commissione Reale per l’ordinamento degli studi secondari in Italia del 1909, troviamo scritto: “Il metodo adottato nelle scuole italiane per l’insegnamento delle lingue classiche è il più difficoltoso e il meno redditizio; serve poco alla conoscenza della lingua, serve anche meno alla conoscenza dello spirito letterario. Alla base del fallimento vi sono due errori di fondo: il primo, ed è il più grave e il più frequente, e quindi anche quello che più comunemente viene lamentato, è di prendere subito le mosse da un insegnamento sistematico della grammatica per introdurre alla conoscenza della lingua, e poi di continuare ad insistere con esso come se nell’apprendimento delle regole sue e nelle ripetute esercitazioni per applicarle consistesse tutta la ragione dello studio della lingua, anzi l’essenza della lingua stessa. L’altro errore, pure frequente, ma meno generale, è di estendere oltre la conoscenza e i bisogni propri alla scuola secondaria l’erudizione filologica e l’analisi grammaticale, morfologica e sintattica, della parola, della frase, del periodo, in guisa che la parola per sé diventi l’obiettivo principale dell’istruzione linguistica”.

Più chiaro di così non ci si poteva esprimere! Il problema è avvertito non solo in Italia ma, per esempio, anche in Inghilterra, dove eminenti studiosi e docenti propugnano e sperimentano con successo il ritorno al metodo “tradizionale” [sic!], ovvero il metodo “diretto” o metodo natura.  

Per leggere l'articolo completo, pubblicato sul Sussidiario.net, clicca qui.


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Posso essere in parte d'accordo sull'eccesso di grammaticalismo sterile; credo, però, che il problema principale sia la scarsa abitudine degli studenti all'analisi linguistica e alla riflessione sulla lingua, non più ambito privilegiato di insegnamento alla Primaria e Secondaria di Primo Grado. Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che oggi gli studenti non posseggono più le categorie culturali minime necessarie per comprendere in profondità un testo letterario latino: si pensi alla conoscenza della mitologia o della storia antica.

26-09-2012 13:52 Paola
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