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12 dicembre 2018

09-10-2012 19:10 Alex Corlazzoli
La scuola che resiste
Ecco di seguito la prima parte dell'intervista rilasciata da Alex Corlazzoli, autore del libro "La scuola che resiste", a "Cadoinpiedi".

La scuola italiana è ancora un bene pubblico? A chi o a cosa deve "resistere"?
 
La scuola italiana è un bene pubblico e soprattutto un bene comune, un po' come l'acqua o come l'aria. Non ho parere contrario alla scuola privata: certo è che uno Stato moderno, una società moderna deve garantire ai propri cittadini la migliore scuola pubblica in assoluto. Oggi a resistere nella scuola pubblica devono essere prima di tutto gli insegnanti. Insegnanti che però devono fare autocritica, devono voler così bene alla scuola da rendersi conto di tutto ciò che non funziona. Abbiamo bisogno, per esempio, di insegnanti che sappiano insegnare informatica, e di aule connesse a Internet; abbiamo bisogno di insegnanti di inglese che sappiano realmente insegnare inglese. Sono due capisaldi, l'informatica e l'inglese, per affrontare l'Europa in futuro. Oggi, di fatto, non abbiamo insegnanti formati all'altezza per insegnare l'informatica e l'inglese in modo da consegnare, ai cittadini di domani, gli strumenti per affrontare il mercato europeo mondiale. Ma resistere nella scuola significa anche permettere ai genitori di essere veramente partecipi, costruendo la scuola insieme agli insegnanti. Non sono solo gli insegnanti che fanno la scuola, ma siamo "noi": insegnanti, genitori e bambini, o forse bambini, genitori e insegnanti.

Riforme contraddittorie, fondi scarsi, aule fatiscenti. La scuola italiana riesce ancora a essere un luogo di formazione e a trasmettere valori?
 
È una scuola in cui, all'inizio dell'anno, arrivano studenti con la cartella nuova, l'astuccio nuovo ma anche i pacchi di carta per la fotocopiatrice. È una scuola in cui, ad esempio a Bologna, i ragazzi comprano non solo i gessi, ma addirittura i registri ai maestri. È un scuola in cui i genitori devono portare a scuola 5,10, addirittura 100 euro, per contribuire alle spese della scuola. Eppure una scuola così, ridotta come la Caritas, è ancora un agorà, una piazza interessante in cui la democrazia deve essere protagonista. Noi maestri abbiamo il compito innanzitutto di educare alla democrazia, di andare in classe e, con la Costituzione, educare i nostri ragazzi a diventare cittadini. È qui che scatta il meccanismo. È qui che possiamo, come scuola, essere in grado di formare una generazione nuova. Quando entro in classe, talvolta chiedo ai miei ragazzi: "Andiamo in pizzeria: dopo aver mangiato, il titolare ci fa capire che, se ci fa lo scontrino, paghiamo 20, se invece non ci fa lo scontrino paghiamo 5. Voi cosa fate?", risposta: "Maestro non prendiamo lo scontrino e paghiamo 5". Ecco, qui sta la capacità della scuola di appassionare i ragazzini alle regole, alla legalità. In questo sta la scommessa da parte degli insegnanti e soprattutto da parte della scuola. Non è possibile fare una scuola basata solo sui programmi. Ho sentito dirigenti dire che il bambino si deve adattare al programma. Per me è una bestemmia! Nella mia scuola il programma sta nel cassetto, si parte dal bambino, dalla sua esperienza e si costruisce un percorso insieme.

Per leggere l'intervista completa, pubblicata su "Cadoinpiedi" premi qui.



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