La scuola che vorrei
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12 dicembre 2018

03-07-2012 21:07 Alberto Vellani
La scuola che abbiamo
Nel post del 15 giugno Ken Robinson parla di necessità di "rivoluzione" nell'educazione e non solo di "evoluzione". Non potrei essere più d'accordo, sebbene sia convinto che la rivoluzione nella scuola (ed è la storia del nostro paese a insegnarlo) non parta dai docenti (per natura molto conservatori e gelosi delle loro prerogative tutte siglate sui registri di classe) bensì parta dal basso, dai ragazzi che lentamente e inesorabilmente, richiedono innovazione.

Tale innovazione o la si contrasta (perdendo inevitabilmente e screditandosi agli occhi di studenti e ormai di molti genitori) o la si favorisce, guidandola, regolandola, distribuendola. Alludo alla rivoluzione delle TIC (tecnologie dell'informazione computerizzata) che ormai trasuda da ogni muro delle aule italiane, nonostante la maggior parte dei docenti si dichiarino fieri oppositori, con giustificazioni di carta velina adatte a coprire la loro incapacità professionale di aggiornarsi. Del resto è noto a tutti che una perversa e sciagurata congiura sindacal-corporativa ha relegato l'aggiornamento dei docenti italiani a un diritto (che pochi utilizzano) e molti ignorano. Chi di noi, in tutta onestà, si rivolgerebbe a un qualsiasi professionista (medico, avvocato, ingegnere, ecc…) il cui ultimo aggiornamento potrebbe risalire, nel migliore dei casi, a qualche anno fa?

Eppure la didattica, la prassi quotidiana con gli studenti in perenne e incessante cambiamento, richiedono un costante lavoro di aggiornamento. A onor del vero anche il MIUR non eccelle per finanziamenti se non a "nicchia" come è stato il grande finanziamento della sperimentazione "Classe 2.0" di cui la scuola media "Leonardo da Vinci" di Reggio Emilia ha potuto usufruire a seguito di partecipazione e selezione concorsuale nazionale.
Il primo grande problema che abbiamo affrontato è stato il  divario tra la generazione dei cosiddetti “nativi digitali”, di cui a tutti gli effetti fanno parte i ragazzi che frequentano la scuola secondaria di primo grado, e la generazione dei cosiddetti “migranti digitali”, ossia noi docenti. Si tratta di una questione non soltanto di comunicazione e di motivazione, ma anche di metodologia: i nativi digitali operano spontaneamente in multitasking, sono abituati a una percezione simultanea di stimoli visivi, uditivi e cinestesici, sono sempre stati inseriti in contesti che sollecitano la loro curiosità e che forniscono loro una valanga di informazioni non strutturate.

I ragazzi danno per assodata la presenza della tecnologia nella loro esperienza quotidiana: mettendo a frutto questa loro predisposizione, li possiamo orientare nell'uso dello strumento digitale non certo come surrogato delle relazioni umane o diserzione dal pensiero critico, bensì come elemento di facilitazione e supporto dello stile cognitivo personale, ponendo attenzione non (sol)tanto al prodotto, ma specialmente al processo, e rendendo capillare, consapevole e “invisibile” (ossia naturale) l'uso della multimedialità nella didattica.

Lo slogan del nostro Istituto è da anni “Una scuola su misura attenta ai bisogni di ciascuno”; dunque, l'attenzione per il pluralismo è una delle nostre caratteristiche, insieme all'esigenza di andare oltre la tradizione e sperimentare nuove strade di costruzione condivisa della conoscenza: è questo il vero scopo del Web 2.0.

La scuola che volevamo in parte l'abbiamo realizzata, ma proseguire su questo cammino richiede rimettersi in gioco come docenti, imparare, sperimentare, apprendere insieme agli alunni. Occorre altresì grande lungimiranza nelle dirigenze scolastiche troppo spesso impegnate più a far quadrare i magri conti economici piuttosto che sostenere, in veste di leader educativi, iniziative che implementino qualità del servizio e non solo quantità.

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Un articolo molto stimolante, che tocca temi di straordinaria attualità e propone idee e soluzioni che condivido pienamente.

04-07-2012 10:36 Ugo Barilli
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