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12 dicembre 2018

20-07-2012 16:07 Paolo Ravazzano
Se i testi tengono in ostaggio i professori ...
Libri di testo cari? A ogni inizio d'anno se ne riparla. I dati dell'osservatorio dei consumatori di Federconsumatori e Adusbef parlano di cifre medie vicine ai 500 euro. Mica poco, soprattutto in una fase di ristagno economico come quella che stiamo vivendo e per di più in un'era in cui i supporti elettronici stanno facendo passi da giganti. Ma i sacrifici si misurano anche sul valore, sull'utilità, quindi anche di qualità bisognerà parlare per soppesare le cifre.

Libri di testo malfatti? Solo pochi anni fa si vedevano giovanissimi ragazzi con cartelle inquietanti... tomi da 400-500 pagine per ogni materia! Ora, dopo circolari ministeriali sul peso dei libri e varie proteste questi eccessi sono stati un po' mitigati. Ma il problema di fondo, l'impostazione di ciascun testo, resta. In breve e semplificando molto, si fa riferimento ad una disciplina accademica e si elabora un “riassuntone”. Ne derivano spesso testi enciclopedici con introduzioni complesse e didatticamente inagibili, proliferazione di termini ultraspecialistici; inoltre i contenuti sono spesso sommersi da ‘strumentazioni’ didattiche ridondanti. Anzi, la metodologia a volte riempie la prima parte di tanti testi o li attraversa con un'inflazione di esercizi, schede, percorsi... spacciati per “metodologia”. Ma non solo: non si fa in tempo a trovare un testo “buono” che, pochi anni dopo (ora cinque, secondo recenti normative che hanno un po' frenato il fenomeno) la casa editrice, per mille motivi (ma è difficile negare che quello prevalente sia impedire il riciclaggio dei testi usati), ne ha modificato (si dice “aggiornato”) la versione.
A un genitore che mi chiedeva perplesso: “Ma nelle librerie tra i mille libri che ci sono non ce ne sono di buoni?” trovavo difficile spiegare che un docente non può semplicemente adottare il libro che gli pare, magari scegliendolo in libreria nella produzione editoriale corrente; la sua scelta deve avvenire tra i libri ufficialmente dichiarati ‘libri di testo’; la scelta  deve poi essere ratificata dal Collegio dei docenti e tante sono le spinte perché nella scuola, sullo stesso insegnamento sia adottato un unico libro di testo. Inoltre l’insegnante non è neppure certo della sezione in cui sarà chiamato ad insegnare l’anno successivo. L'impressione, tenendo conto di tutti i fattori ricordati, è che neppure a questo livello si gioca la questione decisiva.

Libri di testo poco usati? Quanti lettori ricorderanno di avere avuto, da studenti, libri di testo effettivamente usati dall'insegnante, per i motivi più disparati, per un 20-30% al massimo, quando non semplicemente abbandonati dopo le prima 20-30 pagine? E ad alcuni sarà capitato che per una o più materie l'insegnante seguisse nelle sue spiegazioni un libro diverso da quello adottato.

Aboliamo i libri di testo? Questa questione, che così posta ha troppo il sapore (e i limiti) degli anni '70, va forse riformulata a partire da un criterio di giudizio più mordente la realtà. Semplificando un po', la domanda a cui rispondere potrebbe essere così formulata: i libri di testo sono diventati i padroni della nostra scuola? Se sì, o li si ubbidisce o li si ignora. Nel primo caso, a che cosa serve davvero un insegnante? Nel secondo caso, a che cosa servono i libri di testo?
Una disamina del potere (strapotere?) delle case editrici sul mercato e sulla stessa produzione dei libri di testo, ma anche sugli effetti che essi hanno sugli insegnanti, sugli allievi (quante volte un docente si accorge che l'allievo ha imparato non ciò che lui ha insegnato, ma “ciò che dice il libro”?) e su una certa idea del sapere e dello studio (per cui oggi i nostri ragazzi sono tanto passivi e svogliati verso un testo quanto curiosi e intraprendenti di fronte a Internet) sarebbe qui opportuna.

Cambi di rotta? Di fronte a questa galassia di questioni, che abbiamo richiamato per sommi capi ma che potrebbe essere utilmente arricchita, è necessario un punto di svolta. E come spesso accade, questo non partirà da un tentativo di rincorrere tutti questi punti dolenti, ma dalla realtà dei fatti e dal coraggio di una responsabilità professionale e collegiale.Due anni fa una scuola di Brindisi ha tentato una strada diversa, per dare qualità e risparmio centrati sull'esperienza professionale dei suoi docenti: detto in modo molto semplice, i libri di testo se li sono fatti loro. Notizia passata quasi in sordina, ma oggi tutto questo è diventato un progetto aperto (bookinprogress.it) che sta coinvolgendo 300 docenti...
Pochi giorni fa i quotidiani italiani hanno parlato della Fondazione Ikaros per la sua innovativa decisione di usare come piattaforma didattica per le sue quattro scuole (quindi non solo libri di testo, ma anche software didattici, dizionari, mappe, eserciziari, comunicazioni, ecc.) una rete Internet dedicata: per questo ha consegnato un iPad2 a ogni suo allievo e insegnante.
Due casi interessanti e istruttivi non perché il libro di testo viene abolito, ma perché viene ricondotto a una dimensione adeguata ai compiti che la scuola si assume, in modo che il docente (e quindi lo studente) possa padroneggiarli come un vero strumento - ma non il solo - del suo insegnare/imparare. La soluzione al problema dei libri di testo non sarà il libro di testo perfetto o la recente multimedialità via web affiancata ai testi, ma partirà da scuole (e da docenti, ma non da soli) che si assumono in pieno la loro responsabilità educativa e formativa, fino a riconsiderare libri, dispense, ecc. al di là di logiche di mercato o di contrapposizioni ideologiche, come strumenti di una professionalità docente autentica e di una scuola che voglia tornare a fare davvero il suo mestiere.

Per leggere l'articolo, pubblicato su ilSussidiario.net, premi qui.


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Un tema fondamentale, nell'ottica del rinnovamento della scuola. La maggior parte dei libri di testo in circolazione sono inadeguati alle reali esigenze didattiche e sono una zavorra che ostacola il cambiamento.

20-07-2012 17:00 Ugo Barilli
La nostra scuola secondaria (sia nel primo che nel secondo grado) resta legata a saperi disciplinari codificati secondo schemi lineari e sequenziali perfettamente veicolati dai libri di testo. Ne discende una didattica basata sulla lezione frontale, unidirezionale del docente/istrione detentore del sapere erogato agli alunni che ne sono sprovvisti. Un buon libro in mano a un mediocre insegnante non produce alcun effetto. Ma è vero anche il contrario: oggi sono in crisi anche quelli che vengono reputati bravi docenti. Quante lamentele dai Laudator temporis acti: "non riconosco più questa generazione"; "sembrano alieni", fino a raggiungere le offese generazionali come la scrittrice Mastrocola che accusa i giovani di oggi di essere cretini cognitivi. Purtroppo questo modo di fare scuola, ancora maggioritario, per non dire unico, è altamente demotivante per gli studenti poichè non corrisponde più al loro modo di rapportarsi con gli oggetti culturali. Oggi i ragazzi apprendono se vi è compresenza di codici comunicativi, se vi è spostamento dei confini disciplinari, se vengono gettati ponti tra sapere formale, informale e non formale, se la conoscenza non viene assorbita "dal testo/insegnante" ma co-costruita all'interno di pratiche di lavoro comune, di scambio, di interazione, se cognizione ed emozione si incontrano a favore del senso di autoefficacia e competenza. Le nuove tecnologie assolverebbero a molti di questi compiti ma pochissimi docenti le utilizzano. Del resto l'aggiornamento non è obbligatorio e ben pochi insegnanti vi si sottopongono. La scuola italiana, e tutti i sondaggi internazionali lo confermano, è una scuola non "cattiva", ma vecchia. Il problema non sono gli strumenti, ma l'uso che se ne fa. Ben vengano i libri, ma anche gli Ipad, il Wifi, nuovi setting d'aula che escano dal confine del banco...

20-07-2012 22:15 Alberto Vellani
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